Dedicato a chi non ha conosciuto Graziano.
«È bello doppo il morire vivere anchora» Bernardino Corio
Maso - Maset - Masut. Dev’essersi divertito qualcuno in segreteria dovendo compilare l’elenco degli alunni iscritti alla classe prima dell’Istituto d’arte, barando persino sull’ordine alfabetico la cui sequenza corretta sarebbe stata: Maset - Maso - Masut. Ma questa qui non è una scuola come le altre e anche in segreteria si prendon licenze poetiche: Maso - Maset - Masut suona meglio, senza dubbio! Così per un anno intero è stato questo l’appello buffo alla lettera emme della nostra classe, e questo è il mio primo ricordo di Graziano in quel lontano 1985. Ci siamo persi poi di vista, lui e Andrea F. costretti a ripetere l’anno, io salvo per il rotto della cuffia con una fortunosa riparazione a settembre in ben quattro materie; allora si poteva.
Graziano parlava pochissimo, se interrogato bofonchiava qualcosa appena. Chiamarlo a rispondere era quasi una violenza fatta alla sua estrema riservatezza oltre che alla sua malcerta preparazione scolastica. La sua voce aveva un timbro particolare, un suono che prendeva delle curve acute o almeno così la ricordo io. Come per me in quegli anni, credo anche per Graziano la scuola fosse un’occupazione fra le molte, un impegno più o meno gravoso in mezzo ad altre e più vitali pulsioni. Le passioni importanti, quelle che contribuiscono a formare la nostra sensibilità e che i più fortunati si portano avanti per tutta la vita, dovevano ancora manifestarsi. Eravamo ragazzi-ni, erano anni d’inconsapevole, inevitabile trasformazione.
Molti anni dopo vengo a sapere che Graziano fa parte di un gruppo di writers che si ritrovano nei pressi del parcheggio di via Pittoni, spazio messo a disposizione dal comune di Conegliano affinché i ragazzi possano esprimere la loro arte in modo non-clandestino. Anche Andrea F. fa parte del gruppo ma con un’inclinazione più musicale, nello spirito di comunione fra diverse espressioni artistiche tipica della cultura hip-hop, cui il collettivo s’ispira. Andrea F. - che su Graziano ha esercitato un’influenza a mezzo fra Lucignolo e Virgilio - lo avevo interpellato qualche tempo prima, finita la scuola, per chiedergli informazioni sui corsi dell’Accademia di Belle Arti. Lui, già iscritto da uno o due anni mi passa informazioni lacunose e una specie di piano di studi dattiloscritto dai cui ricavo ben poco. Altri pareri che nel frattempo raccolgo non sono incoraggianti, alla fine assecondando il mio nascente amore per la pittura decido comunque di iscrivermi, comincio a frequentare Venezia. Dei writers coneglianesi continuerò a saperne poco, li osservo da lontano, non comprendendo l’esatta portata di quella esperienza. All’epoca ricordo quasi mi fece sorridere l’idea che nella Conegliano borghese e perbene che conosciamo, un manipolo di giovani artisti esprimesse la propria giovanile ribellione su muri pubblici però messi democristianamente a disposizione. Quella che oggi posso chiamare l’introversione (o indisponibilità) in quei miei anni chiusi m’impedì di avvicinarmi anche solo spiritualmente a qualcosa di molto simile a ciò che anch’io stavo cercando, per strade non tanto diverse.
Rigiro fra le mani il menabò di questo libro che Silvia mi ha consegnato ed è come se scoprissi per la prima volta un periodo, un luogo, le persone che ne hanno fatto parte. Quanta vitalità e talento hanno agito e lasciato un segno, non solo sui quei muri. Un segno corruttibile dal tempo e dalle inevitabili sovrapposizioni, ma che qui riaffiora e si rivela. Fra queste pagine è come se conoscessi - anch’io per la prima volta - Graziano, in arte Ken, così penso anzi mi auguro possa capitare anche ad altri che non hanno avuto l’occasione e la fortuna d’incontrarlo.
In mezzo alle altre una foto ritrae Graziano di spalle davanti a un grande muro bianco. Mi sembra una foto simbolo: oltre al rapporto dimensionale fra uomo e superficie, che metterebbe soggezione a chiunque di noi pittori da camera, il muro bianco è in-potenza sia il lavoro compiuto sia “la resistenza” a che il lavoro si compia. Graziano scruta da vicino, quasi annusa la superficie che lo sovrasta. L’idea, l’insieme delle scelte, gli errori, le giornate necessarie, il troppo compiuto o l’impossibilità di compiere il lavoro sono tutti fattori di ciò che potremmo chiamare con Deleuze “l’atto di creazione”: il muro più ancora della tela mi sembra contenere le ipotesi di questo eccitante o frustrante conflitto. Graziano ne è consapevole, le sue affermazioni, le parole che ci ha lasciato nelle interviste, me lo fanno pensare. A dispetto dei grandi spazi su cui realizza le proprie opere, il suo studio-pensatoio è ricavato nella sala da pranzo di casa. Una destinazione d’uso promiscua e in perenne caos ma “i muri se ne vanno via” quando egli disegna e “lavora mentalmente”. In questo caos funzionale “se non trovi una penna”, il fatto stesso di alzarti e cercarla rappresenta uno stimolo che non distrae da ciò a cui si sta pensando, anzi stimola una maggiore concentrazione. La distrazione è funzionale alla concentrazione: paradosso formidabile. Allo stesso modo “per capire un’altra persona devi anche impegnarti a capire il suo caos”.
Consultando il materiale di vita che Graziano ci ha lasciato emerge un’eccedenza, un “di più”, un’opera che non è opera non solo perché non lo è ancora, o non lo sarà, ma perché la supera. Questa eccedenza, questo disegnare senza disegno per Graziano consiste nell’essere, prima ancora che artisti, persone “spiritualmente potenti” (sono parole sue). Sono due le modalità con cui egli trova il modo per portare all’esterno la propria dimensione sensibile: una nell’arte, una nell’altro. Il confronto con il gruppo, la verifica di un’affinità, il compenetrarsi di differenti energie, tutto fa parte di un’esperienza che per Graziano equivale all’essere già, in quanto persone, “forme espressive” quindi “forme d’arte”. “Se conosco l’altra persona posso invaderla un po’. Invadendo la sua libertà, l’altra persona invade un po’ la mia (…) non sposto più in là il suo campo di energia, lo accetto, e lui accetta il mio. (…) Gli altri sono molto importanti, sento di crescere come artista ma anche come persona nel comunicare con gli altri.”
Nel suo discorso Graziano sostituisce spesso alle parole ‘arte’ o ‘pittura’, la parola ‘disegno’. Disegno non è solo una parola più facile da maneggiare ma rende esplicita la volontà di riferirsi direttamente all’idea di studio, un qualcosa in anticipo sul risultato, un non ancora compiuto. Disegnare perciò non è soltanto tracciare un segno grafico ma assume nel suo lessico un significato più esteso, è progettualità in divenire, un applicarsi a comprendere, un’attitudine che per Graziano concerne, ben oltre il fare arte, la vita stessa. Il disegno come espressione della mano o il “disegnare mentalmente” hanno perciò lo stesso valore perché entrambi coincidono con la necessità e l’urgenza di “fare qualcosa che trasmetta energia”: nell’arte e nell’altro.
“Se io non valgo mi faccio pubblicità”. Insieme ad altre voglio salvare queste parole: chi mai riuscirebbe oggi a fare una simile affermazione? In questi anni d’incontinente vanità, artisti e non artisti sono impegnati in un perpetuo, a volte patetico, sforzo di auto-promozione permanente o puerile ricerca di plauso. Graziano sostiene che se il lavoro ha valore verrà notato comunque, emergerà da solo: “quando vai alla ricerca è già una prostituzione”. Questa forma d’integrità, che può essere scambiata per giovanile intransigenza, nasconde in realtà un atteggiamento pieno di fiducia. Una fiducia nel proprio lavoro e nei propri giovani anni, ma ancor di più coincide con la consapevolezza di una potenzialità non ancora pienamente espressa: “credo di non aver espresso ancora niente”; ma poi “basta una scintilla” per manifestarsi, affinché ciò che deve accadere accada, ciò che è destinato ad illuminare s’incendi. Allo stesso modo anche in un momento transitorio d’inattività o d’incertezza - “ora vedo una persona che non sta facendo niente” - è utile per progredire, per maturare: “tu vivi, e anche se stai fermo vai avanti lo stesso (…) evolvi nello spirito e nel disegno”.
Nel contesto in cui Graziano, insieme ai ragazzi della storica crew si è trovato a lavorare, la componente del graffitismo urbano clandestino - inteso come protesta o rivendicazione sociale - è quasi del tutto assente. Anche il suo lavoro sui muri pubblici o privati della città lo possiamo considerare più vicino alla street-art (o aerosol art) che a quello dei writers storicamente intesi. Negli anni novanta con l’espansione globale di tali linguaggi queste distinzioni vanno a volte assottigliandosi altre volte s’intrecciano. Permane in questi ragazzi il senso di appartenenza ad un’epica piena di padri nobili in cui si mescolano atti eroici, vandalismo, messaggio sociale e arte nel senso più pieno. Tuttavia anche qui - in questo come in molti altri ambiti espressivi - i giochi ormai sono fatti, i nomi consegnati alla storia: nessuno può più pensare di far parte di un’avanguardia. Questo non impedisce a ciascuno di loro il tentativo di sviluppare uno stile riconoscibile e di approdare a esiti originali. Non so dire se in quegli anni fosse già in voga il termine, ma penso che Graziano oggi potrebbe trovarsi a suo agio nella famiglia allargata degli urban artist, sigla che probabilmente fa sintesi delle due precedenti e dove l’aspetto della trasgressione o dell’illegalità non è prevalente. Lo interessa lo studio delle lettere alla cui definizione arriva però attraverso l’elaborazione di elementi non-tipografici “io sono partito da forme per arrivare alle lettere e non viceversa come solitamente avviene”. Un interessante ribaltamento che forse proviene dall’amore di Graziano per l’Art Nuoveau e l’ispirazione agli elementi di natura “io parto da punti o da semi per poi arrivare a creare lettere o forme”, nella convinzione che in una forma esistente in natura sia già contenuta la lettera: “per me una foglia è già una lettera”. Negli anni più maturi, questo attingere della sua ricerca a fonti sempre diverse lo preserva dalla creazione di un codice alfabetico formale troppo rigido che, se da un lato gli garantirebbe forse una maggiore riconoscibilità di stile, dall’altro lo renderebbe schiavo di propri stereotipi: “quando mi accorgo che sto ‘sfruttando’ la cosa (…) quando inizi a sfruttare una determinata forma, non è più naturale, non mi esprime più, e allora inizio a lasciarla andare”. Fra i temi ricorrenti c’è poi una serie più intima legata alla rappresentazione di volti o corpi di donna, a volte associati a una rosa o un fiore stilizzati “presenze tanto forti in me”. Si tratta di particolari, tagli fotografici in bianco e nero riprodotti fuori scala: un dito appoggiato sulle labbra, uno sguardo, due profili sovrapposti. Non c’è volontà di narrazione o comunicazione esplicita in questi frammenti femminili, se ne ricava piuttosto un senso di intimità e di dolcezza, di desiderio, che a volte contrasta con il tono più urlato e plateale dei murali d’insieme, nei lavori collettivi in cui è evidente l’intervento di più autori.
Quanto dura un murale prima che venga cancellato e qualcuno vi dipinga sopra? Lo chiedo quasi per scherzo a Silvia e Marina mentre ascolto rievocare gli anni d’oro della Cremeria, seduti al tavolo di un bar una sera d’inizio estate. Non si può dire con certezza né con approssimazione, dipende. Di norma i “pezzi” non sono fatti pensando a domani, non ci si affeziona, non si storicizza; il loro carattere è transitorio, la loro realizzazione è performativa. Alle volte è solo il caso che ne determina la scomparsa o li fa perdurare. Quando sono esauriti gli spazi a disposizione è normale che si intervenga sopra un lavoro esistente. Il gruppo si comporta secondo un suo codice interno, ci sono regole non scritte, aree di rispetto: i più giovani, solo per fare un esempio, non si permettono di intervenire sopra il pezzo di un senior, non senza il suo permesso. Mi ha colpito il coraggio con cui è stato cancellato l’imponente, notevole ritratto di Graziano al parcheggio di via Pittoni, diventato nel tempo un’icona stessa della città. In occasione dei 10 anni dalla scomparsa i ragazzi hanno voluto rinnovare l’omaggio a Ken dipingendo un nuovo ritratto, esattamente sopra il primo. Ci sono anche casi più estremi di cancellazione che fanno riflettere sul valore ancora politico del dipingere sui muri: con un gesto auto-vandalico Blu cancella il proprio lavoro in un quartiere della città di Bologna. Si oppone così ad un goffo tentativo di museificazione e addomesticamento di un’arte nata libera e in opposizione al sistema, in questo caso al sistema dell’arte che tutto mercifica. Un atto forte di auto-determinazione (anche a scapito di chi quel quartiere lo abita) con cui probabilmente Graziano si sarebbe sentito in sintonia, perché lo spirito con cui si fa il pezzo è forse più importante del pezzo stesso: “ciò che rende un pezzo Graffiti è lo spirito con cui lo si fa, prima lo spirito poi il colore”. Uno spirito che per Graziano ha a che fare anche con la rapidità, con l’immediatezza: “c’è differenza tra fare un pezzo oggi e continuarlo il giorno dopo. Se io inizio un pezzo e non riesco a terminarlo nella stessa giornata per me è già vecchio, è passato. La giornata è passata è il pezzo è trascorso insieme a quella giornata”. Così trascorrono i giorni nello spirito di chi ha vent’anni.
Avanguardie artistiche del secondo novecento hanno accarezzato l’utopia di abolire la separazione fra arte e vita. Non credo vi siano riuscite fino in fondo, probabilmente solo a vent’anni arte e vita coincidono con un tale stato di necessità dell’una nell’altra da rendere sottilissimo il confine che le separa: per Graziano a vent’anni l’arte è nella vita e la vita è una forma d’arte. “È importante lasciare qualcosa di sé, qualcosa che possa far dire: Graziano era così. (…) sto gettando le mie fondamenta spirituali, sto impegnando molto tempo in questo senso (…) il mio sogno è un bosco, un muro e un disegno”. Graziano, in arte Ken, ci lascia una forma-di-vita intensamente incompiuta.
Manuel Gualandi
Grazie ad Andrea Sartori per aver fatto il mio nome.
Grazie a Eva Di Sario per la preziosa intervista a Graziano.
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Dedicato a chi non ha conosciuto Graziano.
«È bello doppo il morire vivere anchora» Bernardino Corio
Maso - Maset - Masut. Dev’essersi divertito qualcuno in segreteria dovendo compilare l’elenco degli alunni iscritti alla classe prima dell’Istituto d’arte, barando persino sull’ordine alfabetico la cui sequenza corretta sarebbe stata: Maset - Maso - Masut. Ma questa qui non è una scuola come le altre e anche in segreteria si prendon licenze poetiche: Maso - Maset - Masut suona meglio, senza dubbio! Così per un anno intero è stato questo l’appello buffo alla lettera emme della nostra classe, e questo è il mio primo ricordo di Graziano in quel lontano 1985. Ci siamo persi poi di vista, lui e Andrea F. costretti a ripetere l’anno, io salvo per il rotto della cuffia con una fortunosa riparazione a settembre in ben quattro materie; allora si poteva.
Graziano parlava pochissimo, se interrogato bofonchiava qualcosa appena. Chiamarlo a rispondere era quasi una violenza fatta alla sua estrema riservatezza oltre che alla sua malcerta preparazione scolastica. La sua voce aveva un timbro particolare, un suono che prendeva delle curve acute o almeno così la ricordo io. Come per me in quegli anni, credo anche per Graziano la scuola fosse un’occupazione fra le molte, un impegno più o meno gravoso in mezzo ad altre e più vitali pulsioni. Le passioni importanti, quelle che contribuiscono a formare la nostra sensibilità e che i più fortunati si portano avanti per tutta la vita, dovevano ancora manifestarsi. Eravamo ragazzi-ni, erano anni d’inconsapevole, inevitabile trasformazione.
Molti anni dopo vengo a sapere che Graziano fa parte di un gruppo di writers che si ritrovano nei pressi del parcheggio di via Pittoni, spazio messo a disposizione dal comune di Conegliano affinché i ragazzi possano esprimere la loro arte in modo non-clandestino. Anche Andrea F. fa parte del gruppo ma con un’inclinazione più musicale, nello spirito di comunione fra diverse espressioni artistiche tipica della cultura hip-hop, cui il collettivo s’ispira. Andrea F. - che su Graziano ha esercitato un’influenza a mezzo fra Lucignolo e Virgilio - lo avevo interpellato qualche tempo prima, finita la scuola, per chiedergli informazioni sui corsi dell’Accademia di Belle Arti. Lui, già iscritto da uno o due anni mi passa informazioni lacunose e una specie di piano di studi dattiloscritto dai cui ricavo ben poco. Altri pareri che nel frattempo raccolgo non sono incoraggianti, alla fine assecondando il mio nascente amore per la pittura decido comunque di iscrivermi, comincio a frequentare Venezia. Dei writers coneglianesi continuerò a saperne poco, li osservo da lontano, non comprendendo l’esatta portata di quella esperienza. All’epoca ricordo quasi mi fece sorridere l’idea che nella Conegliano borghese e perbene che conosciamo, un manipolo di giovani artisti esprimesse la propria giovanile ribellione su muri pubblici però messi democristianamente a disposizione. Quella che oggi posso chiamare l’introversione (o indisponibilità) in quei miei anni chiusi m’impedì di avvicinarmi anche solo spiritualmente a qualcosa di molto simile a ciò che anch’io stavo cercando, per strade non tanto diverse.
Rigiro fra le mani il menabò di questo libro che Silvia mi ha consegnato ed è come se scoprissi per la prima volta un periodo, un luogo, le persone che ne hanno fatto parte. Quanta vitalità e talento hanno agito e lasciato un segno, non solo sui quei muri. Un segno corruttibile dal tempo e dalle inevitabili sovrapposizioni, ma che qui riaffiora e si rivela. Fra queste pagine è come se conoscessi - anch’io per la prima volta - Graziano, in arte Ken, così penso anzi mi auguro possa capitare anche ad altri che non hanno avuto l’occasione e la fortuna d’incontrarlo.
In mezzo alle altre una foto ritrae Graziano di spalle davanti a un grande muro bianco. Mi sembra una foto simbolo: oltre al rapporto dimensionale fra uomo e superficie, che metterebbe soggezione a chiunque di noi pittori da camera, il muro bianco è in-potenza sia il lavoro compiuto sia “la resistenza” a che il lavoro si compia. Graziano scruta da vicino, quasi annusa la superficie che lo sovrasta. L’idea, l’insieme delle scelte, gli errori, le giornate necessarie, il troppo compiuto o l’impossibilità di compiere il lavoro sono tutti fattori di ciò che potremmo chiamare con Deleuze “l’atto di creazione”: il muro più ancora della tela mi sembra contenere le ipotesi di questo eccitante o frustrante conflitto. Graziano ne è consapevole, le sue affermazioni, le parole che ci ha lasciato nelle interviste, me lo fanno pensare. A dispetto dei grandi spazi su cui realizza le proprie opere, il suo studio-pensatoio è ricavato nella sala da pranzo di casa. Una destinazione d’uso promiscua e in perenne caos ma “i muri se ne vanno via” quando egli disegna e “lavora mentalmente”. In questo caos funzionale “se non trovi una penna”, il fatto stesso di alzarti e cercarla rappresenta uno stimolo che non distrae da ciò a cui si sta pensando, anzi stimola una maggiore concentrazione. La distrazione è funzionale alla concentrazione: paradosso formidabile. Allo stesso modo “per capire un’altra persona devi anche impegnarti a capire il suo caos”.
Consultando il materiale di vita che Graziano ci ha lasciato emerge un’eccedenza, un “di più”, un’opera che non è opera non solo perché non lo è ancora, o non lo sarà, ma perché la supera. Questa eccedenza, questo disegnare senza disegno per Graziano consiste nell’essere, prima ancora che artisti, persone “spiritualmente potenti” (sono parole sue). Sono due le modalità con cui egli trova il modo per portare all’esterno la propria dimensione sensibile: una nell’arte, una nell’altro. Il confronto con il gruppo, la verifica di un’affinità, il compenetrarsi di differenti energie, tutto fa parte di un’esperienza che per Graziano equivale all’essere già, in quanto persone, “forme espressive” quindi “forme d’arte”. “Se conosco l’altra persona posso invaderla un po’. Invadendo la sua libertà, l’altra persona invade un po’ la mia (…) non sposto più in là il suo campo di energia, lo accetto, e lui accetta il mio. (…) Gli altri sono molto importanti, sento di crescere come artista ma anche come persona nel comunicare con gli altri.”
Nel suo discorso Graziano sostituisce spesso alle parole ‘arte’ o ‘pittura’, la parola ‘disegno’. Disegno non è solo una parola più facile da maneggiare ma rende esplicita la volontà di riferirsi direttamente all’idea di studio, un qualcosa in anticipo sul risultato, un non ancora compiuto. Disegnare perciò non è soltanto tracciare un segno grafico ma assume nel suo lessico un significato più esteso, è progettualità in divenire, un applicarsi a comprendere, un’attitudine che per Graziano concerne, ben oltre il fare arte, la vita stessa. Il disegno come espressione della mano o il “disegnare mentalmente” hanno perciò lo stesso valore perché entrambi coincidono con la necessità e l’urgenza di “fare qualcosa che trasmetta energia”: nell’arte e nell’altro.
“Se io non valgo mi faccio pubblicità”. Insieme ad altre voglio salvare queste parole: chi mai riuscirebbe oggi a fare una simile affermazione? In questi anni d’incontinente vanità, artisti e non artisti sono impegnati in un perpetuo, a volte patetico, sforzo di auto-promozione permanente o puerile ricerca di plauso. Graziano sostiene che se il lavoro ha valore verrà notato comunque, emergerà da solo: “quando vai alla ricerca è già una prostituzione”. Questa forma d’integrità, che può essere scambiata per giovanile intransigenza, nasconde in realtà un atteggiamento pieno di fiducia. Una fiducia nel proprio lavoro e nei propri giovani anni, ma ancor di più coincide con la consapevolezza di una potenzialità non ancora pienamente espressa: “credo di non aver espresso ancora niente”; ma poi “basta una scintilla” per manifestarsi, affinché ciò che deve accadere accada, ciò che è destinato ad illuminare s’incendi. Allo stesso modo anche in un momento transitorio d’inattività o d’incertezza - “ora vedo una persona che non sta facendo niente” - è utile per progredire, per maturare: “tu vivi, e anche se stai fermo vai avanti lo stesso (…) evolvi nello spirito e nel disegno”.
Nel contesto in cui Graziano, insieme ai ragazzi della storica crew si è trovato a lavorare, la componente del graffitismo urbano clandestino - inteso come protesta o rivendicazione sociale - è quasi del tutto assente. Anche il suo lavoro sui muri pubblici o privati della città lo possiamo considerare più vicino alla street-art (o aerosol art) che a quello dei writers storicamente intesi. Negli anni novanta con l’espansione globale di tali linguaggi queste distinzioni vanno a volte assottigliandosi altre volte s’intrecciano. Permane in questi ragazzi il senso di appartenenza ad un’epica piena di padri nobili in cui si mescolano atti eroici, vandalismo, messaggio sociale e arte nel senso più pieno. Tuttavia anche qui - in questo come in molti altri ambiti espressivi - i giochi ormai sono fatti, i nomi consegnati alla storia: nessuno può più pensare di far parte di un’avanguardia. Questo non impedisce a ciascuno di loro il tentativo di sviluppare uno stile riconoscibile e di approdare a esiti originali. Non so dire se in quegli anni fosse già in voga il termine, ma penso che Graziano oggi potrebbe trovarsi a suo agio nella famiglia allargata degli urban artist, sigla che probabilmente fa sintesi delle due precedenti e dove l’aspetto della trasgressione o dell’illegalità non è prevalente. Lo interessa lo studio delle lettere alla cui definizione arriva però attraverso l’elaborazione di elementi non-tipografici “io sono partito da forme per arrivare alle lettere e non viceversa come solitamente avviene”. Un interessante ribaltamento che forse proviene dall’amore di Graziano per l’Art Nuoveau e l’ispirazione agli elementi di natura “io parto da punti o da semi per poi arrivare a creare lettere o forme”, nella convinzione che in una forma esistente in natura sia già contenuta la lettera: “per me una foglia è già una lettera”. Negli anni più maturi, questo attingere della sua ricerca a fonti sempre diverse lo preserva dalla creazione di un codice alfabetico formale troppo rigido che, se da un lato gli garantirebbe forse una maggiore riconoscibilità di stile, dall’altro lo renderebbe schiavo di propri stereotipi: “quando mi accorgo che sto ‘sfruttando’ la cosa (…) quando inizi a sfruttare una determinata forma, non è più naturale, non mi esprime più, e allora inizio a lasciarla andare”. Fra i temi ricorrenti c’è poi una serie più intima legata alla rappresentazione di volti o corpi di donna, a volte associati a una rosa o un fiore stilizzati “presenze tanto forti in me”. Si tratta di particolari, tagli fotografici in bianco e nero riprodotti fuori scala: un dito appoggiato sulle labbra, uno sguardo, due profili sovrapposti. Non c’è volontà di narrazione o comunicazione esplicita in questi frammenti femminili, se ne ricava piuttosto un senso di intimità e di dolcezza, di desiderio, che a volte contrasta con il tono più urlato e plateale dei murali d’insieme, nei lavori collettivi in cui è evidente l’intervento di più autori.
Quanto dura un murale prima che venga cancellato e qualcuno vi dipinga sopra? Lo chiedo quasi per scherzo a Silvia e Marina mentre ascolto rievocare gli anni d’oro della Cremeria, seduti al tavolo di un bar una sera d’inizio estate. Non si può dire con certezza né con approssimazione, dipende. Di norma i “pezzi” non sono fatti pensando a domani, non ci si affeziona, non si storicizza; il loro carattere è transitorio, la loro realizzazione è performativa. Alle volte è solo il caso che ne determina la scomparsa o li fa perdurare. Quando sono esauriti gli spazi a disposizione è normale che si intervenga sopra un lavoro esistente. Il gruppo si comporta secondo un suo codice interno, ci sono regole non scritte, aree di rispetto: i più giovani, solo per fare un esempio, non si permettono di intervenire sopra il pezzo di un senior, non senza il suo permesso. Mi ha colpito il coraggio con cui è stato cancellato l’imponente, notevole ritratto di Graziano al parcheggio di via Pittoni, diventato nel tempo un’icona stessa della città. In occasione dei 10 anni dalla scomparsa i ragazzi hanno voluto rinnovare l’omaggio a Ken dipingendo un nuovo ritratto, esattamente sopra il primo. Ci sono anche casi più estremi di cancellazione che fanno riflettere sul valore ancora politico del dipingere sui muri: con un gesto auto-vandalico Blu cancella il proprio lavoro in un quartiere della città di Bologna. Si oppone così ad un goffo tentativo di museificazione e addomesticamento di un’arte nata libera e in opposizione al sistema, in questo caso al sistema dell’arte che tutto mercifica. Un atto forte di auto-determinazione (anche a scapito di chi quel quartiere lo abita) con cui probabilmente Graziano si sarebbe sentito in sintonia, perché lo spirito con cui si fa il pezzo è forse più importante del pezzo stesso: “ciò che rende un pezzo Graffiti è lo spirito con cui lo si fa, prima lo spirito poi il colore”. Uno spirito che per Graziano ha a che fare anche con la rapidità, con l’immediatezza: “c’è differenza tra fare un pezzo oggi e continuarlo il giorno dopo. Se io inizio un pezzo e non riesco a terminarlo nella stessa giornata per me è già vecchio, è passato. La giornata è passata è il pezzo è trascorso insieme a quella giornata”. Così trascorrono i giorni nello spirito di chi ha vent’anni.
Avanguardie artistiche del secondo novecento hanno accarezzato l’utopia di abolire la separazione fra arte e vita. Non credo vi siano riuscite fino in fondo, probabilmente solo a vent’anni arte e vita coincidono con un tale stato di necessità dell’una nell’altra da rendere sottilissimo il confine che le separa: per Graziano a vent’anni l’arte è nella vita e la vita è una forma d’arte. “È importante lasciare qualcosa di sé, qualcosa che possa far dire: Graziano era così. (…) sto gettando le mie fondamenta spirituali, sto impegnando molto tempo in questo senso (…) il mio sogno è un bosco, un muro e un disegno”. Graziano, in arte Ken, ci lascia una forma-di-vita intensamente incompiuta.
Manuel Gualandi
Grazie ad Andrea Sartori per aver fatto il mio nome.
Grazie a Eva Di Sario per la preziosa intervista a Graziano.
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