“Piero, forse dovremmo andare”
Fino all’ultimo non sapevo come sarebbe andata a finire, se mi sarei portato a casa l’intervista; una manciata d’ore prima di riprendere il mio aereo che da Catania mi avrebbe riportato a Venezia. Un mezzo appuntamento con Piero a metà mattina in un bar nei pressi di Sampieri, ritrovo consueto della domenica insieme a Sonia e agli amici di sempre. Ero arrivato a Modica il giorno prima quasi senza bagaglio, qualche foglio di appunti, un registratore digitale appena acquistato, le istruzioni d’uso ripiegate in tasca. Un preavviso minimo delle mie intenzioni: solo da poche settimane avevo comunicato a Piero che avrei voluto fargli una seconda intervista a dieci anni di distanza dalla precedente, finita nella mia tesi d’accademia.
In mezzo c’era stato un lungo tempo di silenzio, almeno sette-otto anni che ora non saprei nemmeno giustificare. Non so che idea si fosse fatto Guccione di quella mia richiesta un po’ impudente, nata dalla volontà di riannodare un discorso, un dialogo sulla pittura slegato da un progetto, da una finalità precisa.
“Ho lasciato un mio quadro sul cavalletto, il migliore di una piccola serie, avrei voluto tu lo vedessi”
Sono già le 11 in quel bar di Sampieri, ripasso a mente le domande d’attacco e il funzionamento del registratore mentre vengo assalito da un dubbio tremendo: e se Piero non avesse nessuna intenzione di farsi intervistare? Se la mia presenza lì fosse solo dovuta a una squisita attitudine tutta meridionale verso l’ospitalità? Nessun catalogo in programma, nessun editore attende quel dialogo1; di interviste a Guccione ve ne sono fin troppe, cos’altro aggiungere? Trascorrono i minuti, la mia preoccupazione si fa via via più persistente, penso: ci vorranno almeno due ore per fare il lavoro. “Piero scusami, ho paura davvero che facciamo tardi”.
Finalmente verso le 12 siamo a Quartarella, Guccione fino a qui un po’ recalcitrante ora mi conduce verso lo studio, faremo lì l’intervista. Sonia dice che ci aspetta per il pranzo: “a che ora siete soliti pranzare?” chiedo garbatamente con un filo di voce e un occhio all’orologio.
“La mattina l’idea di tornare nello studio è la speranza più rallegrante che ho”
È sempre la prima volta. Nello spazio luminoso e bianco ritrovo l’odore familiare, ritrovo la disposizione dei piani di lavoro, il cavalletto perpendicolare alla finestra, qualche quadro appoggiato a terra o fra la parete e un tavolo. Ma la visione d’insieme dell’ambiente è una ricostruzione che faccio a posteriori, nella memoria. In quel momento il mio sguardo è catturato da dettagli: gli strumenti, una stecca di legno, barattoli di fissativo; cerco d’immaginare modalità e segreti da pittore ma non oso chiedere nulla, noto fra gli altri la serie degli azzurri Maimeri Puro. Non sono molti i quadri che una volta finiti rimangono a lungo nel suo studio, non ancora destinati. Piero di sua volontà m’illustra qualcosa, c’è un Interno verticale, un quadro che egli giudica non troppo riuscito, peccato dice “così tanto lavoro, così tanta pittura sopra”; penso questa sia una sintesi perfetta per descrivere il suo modo di costruzione e stratificazione del quadro. Cerco un punto di stabilità, ci sediamo mentre armeggio con il registratore con finta disinvoltura e faccio finta di non aver mai fatto altro nella vita > play-rec.
Mi sono spesso interrogato sul rapporto che lega pittura e parola, ben cosciente che il linguaggio critico-letterario con cui si descrivono le opere o le intenzioni degli artisti, a volte rischia di coprire come una vernice proprio il lavoro che s’intende svelare. Monica Ferrando scrive che «parlare di pittura è difficile, forse impossibile; quando sembra di aver detto la cosa giusta tutto è già irrimediabilmente diverso o appare tale. La ragione deve essere che il pittore “fa professione di cose mute” (…). Il rapporto della pittura col silenzio è dunque un rapporto intimo e originario. Invano i discorsi suscitati da questo inesplicabile e forse inaccettabile vuoto di parola cercano di obbligarla a tradursi, cioè a tradirsi: essa si ritrae e, se lo sa fare, fugge verso la libertà come un animale selvatico, perché “selvatico è ciò che si salva”». Ho intervistato Piero Guccione, pittore silenzioso e di silenzi, ho creduto che la forma intervista potesse ridurre almeno in parte lo scarto fra la parola e l’esperienza del dipingere, che il tradimento fosse minore, che si potesse essere più prossimi al pensiero che precede o segue il lavoro nello studio. Ho chiesto a Guccione dei propri compagni di strada, figure attraverso cui la pittura “così come la intendiamo noi” potesse proseguire e, in un ideale passaggio di testimone fra generazioni, ho chiesto su quali riferimenti o sostegni potesse contare oggi un giovane pittore.
Con sguardo quasi disincantato Guccione parla a lungo e lo fa a partire dall’esperienza e dal mestiere, riportando sempre i termini del discorso ad un nucleo essenziale; sollecitato dalle domande egli riflette e argomenta con il dono raro della chiarezza. Fin dalla prima intervista mi ha colpito il suo portamento, non c’è nulla in lui che assomigli alla vanità, tutto è nella persona e nulla nell’artista o nel personaggio. Rileggendole oggi quelle parole, mi colpiscono per la loro lucidità e per il loro essere ancorate proprio alla pratica, al lavoro di pittore; un fare che da sempre si fonda su un bisogno e insieme un desiderio che sono vitali: “per me, il bisogno è anzitutto quello di trovare il modo di esprimere una passione per la vita; io esprimo la mia passione per la vita attraverso questo mezzo che è la pittura”.
“L’ultima volta stavi lavorando ad una serie di quadri, assieme, ma ‘non riesco a terminare nulla’ mi hai detto con una lieve ironia. Ne ricordo uno in particolare, quadrato, bellissimo, un mare di estrema rarefazione e quasi totalmente astratto; mi ha colpito per i colori innaturali, per la materia sfatta. Non più un mare veduto, ho pensato, passato per la retina, ma un’immagine che viene da dentro, un’immagine della mente.”
Verso le 14 finiamo, dico fra me una preghiera segreta affinché nel minuscolo aggeggio tascabile si siano ‘fermate’ le nostre parole. Rientriamo in casa, Sonia è gentile ma ha l’aria di chi ha aspettato un po’ troppo, me ne scuso. Mangiamo un gazpacho (squisito) di cui Piero è goloso. La conversazione prosegue come non si fosse mai interrotta in quegli anni; sono grato a Piero e Sonia semplicemente per la loro amicizia. Mi congedo, forse con una nota di malinconia: “spero di rivedervi presto”. È una giornata calda, di estate piena, mentre in auto inghiotto a grande velocità la strada verso l’aeroporto di Catania ho il preciso ricordo d’esser stato felice.
“Se ci rivediamo fra trent’anni forse potremmo dire qualcosa di più” (sorride).
Manuel Gualandi
1 Tre anni più tardi le due interviste sono confluite in L’atelier di Guccione, discorso sulla pittura. Allemandi, Torino, 2012 e 2015.
Testo inedito, 2015 e 2024.
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“Piero, forse dovremmo andare”
Fino all’ultimo non sapevo come sarebbe andata a finire, se mi sarei portato a casa l’intervista; una manciata d’ore prima di riprendere il mio aereo che da Catania mi avrebbe riportato a Venezia. Un mezzo appuntamento con Piero a metà mattina in un bar nei pressi di Sampieri, ritrovo consueto della domenica insieme a Sonia e agli amici di sempre. Ero arrivato a Modica il giorno prima quasi senza bagaglio, qualche foglio di appunti, un registratore digitale appena acquistato, le istruzioni d’uso ripiegate in tasca. Un preavviso minimo delle mie intenzioni: solo da poche settimane avevo comunicato a Piero che avrei voluto fargli una seconda intervista a dieci anni di distanza dalla precedente, finita nella mia tesi d’accademia.
In mezzo c’era stato un lungo tempo di silenzio, almeno sette-otto anni che ora non saprei nemmeno giustificare. Non so che idea si fosse fatto Guccione di quella mia richiesta un po’ impudente, nata dalla volontà di riannodare un discorso, un dialogo sulla pittura slegato da un progetto, da una finalità precisa.
“Ho lasciato un mio quadro sul cavalletto, il migliore di una piccola serie, avrei voluto tu lo vedessi”
Sono già le 11 in quel bar di Sampieri, ripasso a mente le domande d’attacco e il funzionamento del registratore mentre vengo assalito da un dubbio tremendo: e se Piero non avesse nessuna intenzione di farsi intervistare? Se la mia presenza lì fosse solo dovuta a una squisita attitudine tutta meridionale verso l’ospitalità? Nessun catalogo in programma, nessun editore attende quel dialogo1; di interviste a Guccione ve ne sono fin troppe, cos’altro aggiungere? Trascorrono i minuti, la mia preoccupazione si fa via via più persistente, penso: ci vorranno almeno due ore per fare il lavoro. “Piero scusami, ho paura davvero che facciamo tardi”.
Finalmente verso le 12 siamo a Quartarella, Guccione fino a qui un po’ recalcitrante ora mi conduce verso lo studio, faremo lì l’intervista. Sonia dice che ci aspetta per il pranzo: “a che ora siete soliti pranzare?” chiedo garbatamente con un filo di voce e un occhio all’orologio.
“La mattina l’idea di tornare nello studio è la speranza più rallegrante che ho”
È sempre la prima volta. Nello spazio luminoso e bianco ritrovo l’odore familiare, ritrovo la disposizione dei piani di lavoro, il cavalletto perpendicolare alla finestra, qualche quadro appoggiato a terra o fra la parete e un tavolo. Ma la visione d’insieme dell’ambiente è una ricostruzione che faccio a posteriori, nella memoria. In quel momento il mio sguardo è catturato da dettagli: gli strumenti, una stecca di legno, barattoli di fissativo; cerco d’immaginare modalità e segreti da pittore ma non oso chiedere nulla, noto fra gli altri la serie degli azzurri Maimeri Puro. Non sono molti i quadri che una volta finiti rimangono a lungo nel suo studio, non ancora destinati. Piero di sua volontà m’illustra qualcosa, c’è un Interno verticale, un quadro che egli giudica non troppo riuscito, peccato dice “così tanto lavoro, così tanta pittura sopra”; penso questa sia una sintesi perfetta per descrivere il suo modo di costruzione e stratificazione del quadro. Cerco un punto di stabilità, ci sediamo mentre armeggio con il registratore con finta disinvoltura e faccio finta di non aver mai fatto altro nella vita > play-rec.
Mi sono spesso interrogato sul rapporto che lega pittura e parola, ben cosciente che il linguaggio critico-letterario con cui si descrivono le opere o le intenzioni degli artisti, a volte rischia di coprire come una vernice proprio il lavoro che s’intende svelare. Monica Ferrando scrive che «parlare di pittura è difficile, forse impossibile; quando sembra di aver detto la cosa giusta tutto è già irrimediabilmente diverso o appare tale. La ragione deve essere che il pittore “fa professione di cose mute” (…). Il rapporto della pittura col silenzio è dunque un rapporto intimo e originario. Invano i discorsi suscitati da questo inesplicabile e forse inaccettabile vuoto di parola cercano di obbligarla a tradursi, cioè a tradirsi: essa si ritrae e, se lo sa fare, fugge verso la libertà come un animale selvatico, perché “selvatico è ciò che si salva”». Ho intervistato Piero Guccione, pittore silenzioso e di silenzi, ho creduto che la forma intervista potesse ridurre almeno in parte lo scarto fra la parola e l’esperienza del dipingere, che il tradimento fosse minore, che si potesse essere più prossimi al pensiero che precede o segue il lavoro nello studio. Ho chiesto a Guccione dei propri compagni di strada, figure attraverso cui la pittura “così come la intendiamo noi” potesse proseguire e, in un ideale passaggio di testimone fra generazioni, ho chiesto su quali riferimenti o sostegni potesse contare oggi un giovane pittore.
Con sguardo quasi disincantato Guccione parla a lungo e lo fa a partire dall’esperienza e dal mestiere, riportando sempre i termini del discorso ad un nucleo essenziale; sollecitato dalle domande egli riflette e argomenta con il dono raro della chiarezza. Fin dalla prima intervista mi ha colpito il suo portamento, non c’è nulla in lui che assomigli alla vanità, tutto è nella persona e nulla nell’artista o nel personaggio. Rileggendole oggi quelle parole, mi colpiscono per la loro lucidità e per il loro essere ancorate proprio alla pratica, al lavoro di pittore; un fare che da sempre si fonda su un bisogno e insieme un desiderio che sono vitali: “per me, il bisogno è anzitutto quello di trovare il modo di esprimere una passione per la vita; io esprimo la mia passione per la vita attraverso questo mezzo che è la pittura”.
“L’ultima volta stavi lavorando ad una serie di quadri, assieme, ma ‘non riesco a terminare nulla’ mi hai detto con una lieve ironia. Ne ricordo uno in particolare, quadrato, bellissimo, un mare di estrema rarefazione e quasi totalmente astratto; mi ha colpito per i colori innaturali, per la materia sfatta. Non più un mare veduto, ho pensato, passato per la retina, ma un’immagine che viene da dentro, un’immagine della mente.”
Verso le 14 finiamo, dico fra me una preghiera segreta affinché nel minuscolo aggeggio tascabile si siano ‘fermate’ le nostre parole. Rientriamo in casa, Sonia è gentile ma ha l’aria di chi ha aspettato un po’ troppo, me ne scuso. Mangiamo un gazpacho (squisito) di cui Piero è goloso. La conversazione prosegue come non si fosse mai interrotta in quegli anni; sono grato a Piero e Sonia semplicemente per la loro amicizia. Mi congedo, forse con una nota di malinconia: “spero di rivedervi presto”. È una giornata calda, di estate piena, mentre in auto inghiotto a grande velocità la strada verso l’aeroporto di Catania ho il preciso ricordo d’esser stato felice.
“Se ci rivediamo fra trent’anni forse potremmo dire qualcosa di più” (sorride).
Manuel Gualandi
1 Tre anni più tardi le due interviste sono confluite in L’atelier di Guccione, discorso sulla pittura. Allemandi, Torino, 2012 e 2015.
Testo inedito, 2015 e 2024.
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