Che cosa spinge il pittore ogni santo giorno nel proprio studio? E dopo tanti anni e innumerevoli ore di lavoro passate in una stanza, fra gli olii e fra gli olezzi, ad inseguire un’immagine, un sogno, un fantasma, perché continuare ancora? E ancora con abnegazione, forse rinunciando ad altro, quasi ci fosse nel lavoro stesso, nella pittura, una profonda, intima necessità.
Sono pensieri che mi vengono in mente al ritorno da una giornata passata in Friuli, un breve viaggio compiuto per incontrare e conoscere il pittore Ignazio Doliach. È una giornata primaverile, si mangia all’aperto, si parla di pittura, di fotografia, si ricordano personaggi e storie epiche e passate; io non sono nato da queste parti né ci ho vissuto, devo usare l’immaginazione per cogliere nelle parole del pittore e di un amico comune che mi accompagna tutti i rimandi di una storia personale fatta di amicizie, nomi, vicende annodate una all’altra come una rete, un tessuto di relazioni che sostiene una vita intera. Cormons come tanti altri posti di provincia è un microcosmo, mi ha fatto l’impressione di essere genuino e quasi sospeso in un tempo che non è arcaico e non è interamente moderno: ma come sono lontane, anche solo pensate da qui, Art Basel, Frieze, Punta della dogana.
Lo studio è una stratificazione geologica di quadri: lavori diversi per dimensione e periodo si affastellano appoggiati ordinatamente alle pareti, lungo il perimetro della stanza. C’è incertezza sulle date di esecuzione, per essere sicuri bisogna guardare il telaio al rovescio oppure in qualche catalogo, se l’opera è già stata esposta, classificata. La visita non è cronologica né didascalica, Doliach pare non interessato a storicizzare il proprio lavoro: tutto mi viene mostrato con un consapevole criterio casuale, un caos ben organizzato dove spuntano ritrattini e forme geometriche colorate, con un effetto di caleidoscopio.
Fra gli altri mi colpisce una serie di quadri neri, si direbbe di soggetto notturno, e difatti il titolo evoca un improvviso (inaspettato) comparire della luna. Un olio nero, magro, uniforme, ricopre i tre quarti inferiori della superficie del quadro; in alto un movimento di materia, un bagliore, raffinatissimi accenti più chiari fino al bianco, che sostiene per contrasto l’intera composizione. Molti anni fa quando Doliach era un giovane artista e insieme ad altri compagni esponeva le proprie opere, l’allora anziano pittore in paese, considerato da tutti un maestro, coniò una definizione spregiativa per questi “modernisti”, chiamando la loro pittura “swuirz”, termine friulano quasi intraducibile che dovrebbe riferirsi al nero-sudicio-grasso depositato sotto la carena delle automobili. A vederli oggi i quadri di Doliach hanno ben poco della materia grossolana e a spessore che la parola “swuirz” sembra richiamare: essa piuttosto è tiratissima, controllata. Non c’è tragicità nell’opera di Doliach, anche gli accenti drammatici di certe forme affilate, di certi bagliori, sembrano trovare conciliazione nel rigore compositivo attento, e nello spazio - mai naturalistico - che da sempre è al centro della sua ricerca. È la spazialità, più che lo spazialismo, che interessa Doliach; l’idea senza l’ideologia, la superficie fisica, la tela, e insieme uno spazio mentale, uno scenario variabile per micro accadimenti fantastici e qualche allusione di realtà.
Altri sono Interni, così recita il titolo, e a conferma del titolo troviamo una superficie dipinta con minore profondità di campo, più simile ad una lavagna di colore grigio sulla quale punti di colore più acceso tracciati in primo piano fanno da contrappunto e danno ritmo alla composizione. Se è vero che la pittura è un linguaggio il cui alfabeto è costituito da linee, segni, colori, questa di Doliach è più simile ad una stenografia, un codice costruito per abbreviazioni che diventa cifra, non solo di questi lavori, ma di molta parte della sua opera.
Si contrappongo ai quadri neri visti all’inizio, sia per dimensione che per levità, una serie di piccoli acquerelli: nell’immaginare questa mostra li abbiamo voluti raggruppare insieme, in una saletta un po’ appartata. Essi appartengono ad una stagione particolare nella storia di Doliach poiché sono stati eseguiti durante alcuni soggiorni in sud Italia e risentono perciò di un diverso rapporto con lo spazio naturale esterno. Le forme nette e incise dei quadri ad olio precedenti qui sono sciolte in atmosfere rarefatte e delicatissime; la luce è chiara, solare, con registri d’intensità crescente fino a bruciare il paesaggio nel bianco. L’esperienza di un più intimo e diretto rapporto con il visibile, oltre ad essere condizione fondamentale per la genesi di questi acquerelli, è esperienza necessaria proprio per il pittore, per nutrire quel desiderio che egli soddisfa attraverso l’invenzione pittorica. Un’invenzione, o un’idea, che continuamente va precisata, verificata, giorno per giorno, con il lavoro e nello studio, fra gli olii e fra gli olezzi, una vita intera ad inseguire un’immagine, un sogno, un fantasma.
Manuel Gualandi
Scritto in occasione della mostra personale di Ignazio Doliach "Dal nero alla luce", Galleria d'arte la Fortezza, Gradisca d'Isonzo, 11-30 maggio 2012.
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Che cosa spinge il pittore ogni santo giorno nel proprio studio? E dopo tanti anni e innumerevoli ore di lavoro passate in una stanza, fra gli olii e fra gli olezzi, ad inseguire un’immagine, un sogno, un fantasma, perché continuare ancora? E ancora con abnegazione, forse rinunciando ad altro, quasi ci fosse nel lavoro stesso, nella pittura, una profonda, intima necessità.
Sono pensieri che mi vengono in mente al ritorno da una giornata passata in Friuli, un breve viaggio compiuto per incontrare e conoscere il pittore Ignazio Doliach. È una giornata primaverile, si mangia all’aperto, si parla di pittura, di fotografia, si ricordano personaggi e storie epiche e passate; io non sono nato da queste parti né ci ho vissuto, devo usare l’immaginazione per cogliere nelle parole del pittore e di un amico comune che mi accompagna tutti i rimandi di una storia personale fatta di amicizie, nomi, vicende annodate una all’altra come una rete, un tessuto di relazioni che sostiene una vita intera. Cormons come tanti altri posti di provincia è un microcosmo, mi ha fatto l’impressione di essere genuino e quasi sospeso in un tempo che non è arcaico e non è interamente moderno: ma come sono lontane, anche solo pensate da qui, Art Basel, Frieze, Punta della dogana.
Lo studio è una stratificazione geologica di quadri: lavori diversi per dimensione e periodo si affastellano appoggiati ordinatamente alle pareti, lungo il perimetro della stanza. C’è incertezza sulle date di esecuzione, per essere sicuri bisogna guardare il telaio al rovescio oppure in qualche catalogo, se l’opera è già stata esposta, classificata. La visita non è cronologica né didascalica, Doliach pare non interessato a storicizzare il proprio lavoro: tutto mi viene mostrato con un consapevole criterio casuale, un caos ben organizzato dove spuntano ritrattini e forme geometriche colorate, con un effetto di caleidoscopio.
Fra gli altri mi colpisce una serie di quadri neri, si direbbe di soggetto notturno, e difatti il titolo evoca un improvviso (inaspettato) comparire della luna. Un olio nero, magro, uniforme, ricopre i tre quarti inferiori della superficie del quadro; in alto un movimento di materia, un bagliore, raffinatissimi accenti più chiari fino al bianco, che sostiene per contrasto l’intera composizione. Molti anni fa quando Doliach era un giovane artista e insieme ad altri compagni esponeva le proprie opere, l’allora anziano pittore in paese, considerato da tutti un maestro, coniò una definizione spregiativa per questi “modernisti”, chiamando la loro pittura “swuirz”, termine friulano quasi intraducibile che dovrebbe riferirsi al nero-sudicio-grasso depositato sotto la carena delle automobili. A vederli oggi i quadri di Doliach hanno ben poco della materia grossolana e a spessore che la parola “swuirz” sembra richiamare: essa piuttosto è tiratissima, controllata. Non c’è tragicità nell’opera di Doliach, anche gli accenti drammatici di certe forme affilate, di certi bagliori, sembrano trovare conciliazione nel rigore compositivo attento, e nello spazio - mai naturalistico - che da sempre è al centro della sua ricerca. È la spazialità, più che lo spazialismo, che interessa Doliach; l’idea senza l’ideologia, la superficie fisica, la tela, e insieme uno spazio mentale, uno scenario variabile per micro accadimenti fantastici e qualche allusione di realtà.
Altri sono Interni, così recita il titolo, e a conferma del titolo troviamo una superficie dipinta con minore profondità di campo, più simile ad una lavagna di colore grigio sulla quale punti di colore più acceso tracciati in primo piano fanno da contrappunto e danno ritmo alla composizione. Se è vero che la pittura è un linguaggio il cui alfabeto è costituito da linee, segni, colori, questa di Doliach è più simile ad una stenografia, un codice costruito per abbreviazioni che diventa cifra, non solo di questi lavori, ma di molta parte della sua opera.
Si contrappongo ai quadri neri visti all’inizio, sia per dimensione che per levità, una serie di piccoli acquerelli: nell’immaginare questa mostra li abbiamo voluti raggruppare insieme, in una saletta un po’ appartata. Essi appartengono ad una stagione particolare nella storia di Doliach poiché sono stati eseguiti durante alcuni soggiorni in sud Italia e risentono perciò di un diverso rapporto con lo spazio naturale esterno. Le forme nette e incise dei quadri ad olio precedenti qui sono sciolte in atmosfere rarefatte e delicatissime; la luce è chiara, solare, con registri d’intensità crescente fino a bruciare il paesaggio nel bianco. L’esperienza di un più intimo e diretto rapporto con il visibile, oltre ad essere condizione fondamentale per la genesi di questi acquerelli, è esperienza necessaria proprio per il pittore, per nutrire quel desiderio che egli soddisfa attraverso l’invenzione pittorica. Un’invenzione, o un’idea, che continuamente va precisata, verificata, giorno per giorno, con il lavoro e nello studio, fra gli olii e fra gli olezzi, una vita intera ad inseguire un’immagine, un sogno, un fantasma.
Manuel Gualandi
Scritto in occasione della mostra personale di Ignazio Doliach "Dal nero alla luce", Galleria d'arte la Fortezza, Gradisca d'Isonzo, 11-30 maggio 2012.
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© 2025 Manuel Gualandi. Privacy policy
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